Scuola in Italia

Attività sul bullismo alle medie: far parlare la classe senza trasformare tutto in una predica

By Luigina Mortari , on 25 Luglio 2026 à 20:32 , updated on 25 Luglio 2026 - 4 minutes to read
Studenti di scuola media durante un’attività guidata sul bullismo

Le attività sul bullismo nella scuola media funzionano quando fanno esercitare una scelta, non quando chiedono alla classe di ascoltare l’ennesima definizione. A dodici o tredici anni i ragazzi sanno già che insultare e isolare è sbagliato; il passaggio difficile è riconoscere ciò che sta accadendo mentre il gruppo ride, una chat corre veloce o intervenire sembra rischioso. È lì che una buona attività deve arrivare.

Una lezione di sensibilizzazione, però, non sostituisce la gestione di un episodio reale. Se durante il lavoro emerge un nome, un fatto preciso o una richiesta d’aiuto, la discussione collettiva va fermata e la scuola deve attivare i propri adulti e le proprie procedure. La classe non è un tribunale e una vittima non deve raccontarsi davanti a tutti per rendere l’incontro “più vero”.

Una situazione concreta vale più di venti definizioni

Si può partire da tre scene inventate e brevi: un soprannome ripetuto ogni giorno nonostante il fastidio evidente; uno studente escluso apposta dal gruppo della classe; un video imbarazzante inoltrato “solo per scherzo”. I gruppi ricevono una scena diversa e devono separare quattro elementi: che cosa è successo, chi ha potere in quel momento, quale danno può produrre la ripetizione e quale scelta concreta può interromperla.

La consegna non dovrebbe essere “chi è il bullo?”, perché spinge subito a distribuire etichette. È più utile chiedere quali comportamenti cambiano la situazione. Si può preparare un piccolo semaforo: verde per le azioni che proteggono senza aumentare il rischio, giallo per quelle ambigue, rosso per ciò che espone ancora di più la persona presa di mira. Ridere per non restare fuori dal gruppo, condividere lo screenshot con altri o imporre un chiarimento pubblico sembrano reazioni diverse, ma possono tutte peggiorare il danno.

Le scene devono restare fittizie. Chiedere “a chi è successo?” davanti ai compagni produce silenzio, spettacolarizza esperienze delicate e può offrire nuovi dettagli a chi già prende di mira qualcuno. Per raccogliere dubbi reali è meglio usare biglietti anonimi o un modulo riservato, spiegando prima chi li leggerà e che cosa accadrà dopo.

Allenare chi guarda, senza fare processi in classe

Nel bullismo il gruppo conta molto. Per questo l’attività più utile non assegna soltanto i ruoli di vittima e autore, ma lavora su chi osserva, ride, inoltra, tace o prova ad aiutare. Ogni gruppo può scrivere due risposte realistiche per un testimone: una da usare sul momento e una per chiedere aiuto dopo. Frasi corte come “non fa ridere”, “non inoltrarlo” o “vieni, ci mettiamo qui” sono più utilizzabili di un discorso perfetto preparato dall’adulto.

Vale anche la pena costruire una mappa degli adulti raggiungibili: coordinatore, docente, referente dell’istituto, dirigente, personale scolastico e famiglia. Non basta scrivere “parlane con qualcuno”. I ragazzi devono sapere dove trovare quella persona, come chiedere un colloquio senza farlo davanti a tutti e quali informazioni portare. Nel cyberbullismo possono servire date, messaggi, link e schermate conservate senza rilanciarle nelle chat.

Il Ministero dell’Istruzione e del Merito dedica una sezione ufficiale a bullismo e cyberbullismo, con indicazioni e strumenti per le scuole. Per distinguere un conflitto occasionale da prevaricazioni ripetute può essere utile anche la nostra guida su come riconoscere il bullismo a scuola e che cosa fare. L’attività in classe acquista senso quando è collegata a questi riferimenti e al protocollo dell’istituto, non quando rimane una giornata isolata.

Quando emerge un caso reale, l’attività si ferma

Se un alunno segnala un episodio concreto, l’insegnante non dovrebbe cercare una soluzione immediata davanti al gruppo. Servono ascolti separati, protezione da nuove esposizioni e una registrazione precisa dei fatti. Anche un confronto faccia a faccia o delle scuse pubbliche, se imposti troppo presto, possono aumentare la pressione su chi ha parlato. La priorità è mettere in sicurezza, informare le figure previste dalla scuola e coinvolgere le famiglie secondo il caso.

La chiusura della lezione può invece restare semplice: ogni studente scrive, senza firmarsi, un segnale che prima avrebbe minimizzato e un’azione che ora saprebbe compiere. Le risposte mostrano subito se il lavoro ha prodotto decisioni concrete oppure soltanto parole corrette. Riprendere quelle stesse scene dopo qualche settimana, cambiando dettagli e ruoli, vale più di una grande iniziativa annuale dimenticata il giorno dopo.

Luigina Mortari è pedagogista e professoressa universitaria italiana, nata nel 1956. Su Scuole Cantu 2 il suo profilo editoriale raccoglie contenuti dedicati a pedagogia, vita scolastica, orientamento, inclusione e rapporto scuola-famiglia, con attenzione alle esigenze di studenti, genitori e insegnanti.
Luigina Mortari
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