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Per parlare di BES alla materna servono fatti osservabili

BES alla scuola dell’infanzia: come descrivere osservazioni, parlare con la famiglia e distinguere un bisogno da una diagnosi.

Luigina Mortari
Aula di scuola dell’infanzia italiana con cartellina neutra e fogli bianchi
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Quando alla scuola dell’infanzia un’insegnante segnala che un bambino si isola, fatica a seguire un passaggio o reagisce sempre nello stesso modo, la famiglia può cercare BES scuola infanzia per capire il significato di quell’osservazione. La sigla non trasforma una difficoltà in una diagnosi e non descrive da sola quale intervento serva.

Il confronto utile parte da fatti osservabili: in quale attività emerge la difficoltà, con quale frequenza, davanti a quale richiesta e con quale effetto sulla partecipazione. Questi elementi aiutano scuola e famiglia a decidere quale domanda affrontare per prima.

Prima dell’etichetta, descrivi quello che accade

Alla materna i bambini cambiano rapidamente e una stessa reazione può avere cause diverse. Un bambino può evitare un’attività rumorosa, interrompere il gioco quando cambia la regola o aver bisogno di più tempo per entrare in un gruppo. Una singola scena non basta per definire un bisogno educativo.

Prima va capito se il comportamento si ripete, in quali momenti compare e quali condizioni lo rendono più facile o più difficile. L’insegnante può confrontare l’osservazione con le attività della sezione, mentre la famiglia può raccontare se una situazione simile si presenta a casa, nelle relazioni o in altri ambienti.

Una descrizione utile contiene quattro elementi:

  • l’attività o il momento della giornata in cui compare la difficoltà;
  • l’azione osservata, descritta senza giudizi sul carattere del bambino;
  • la frequenza e la durata, quando possono essere ricostruite;
  • l’aiuto già provato e la reazione del bambino.

“Non ascolta mai” offre pochi dati. “Durante il riordino lascia il gruppo e torna solo dopo tre richiami, da quattro giorni” permette invece di parlare di un episodio preciso. Il punto è capire se l’organizzazione dell’attività, la consegna, il rumore o il passaggio tra due momenti stanno creando un ostacolo.

Il colloquio con la famiglia ricostruisce il contesto

Il termine BES indica un bisogno educativo speciale che può comparire in modo continuativo oppure per un periodo, anche per motivi fisici, biologici, fisiologici, psicologici o sociali. Il Ministero dell’Istruzione e del Merito presenta il tema in questi termini e chiede alla scuola una risposta adeguata e personalizzata.

La pagina ministeriale non sostituisce il colloquio. Serve a ricordare che la scuola osserva il bambino dentro un contesto educativo, mentre la famiglia conosce abitudini, cambiamenti recenti, linguaggio, sonno, relazioni e situazioni che possono influire sulla giornata. Nessuna delle due prospettive basta da sola.

Durante l’incontro, la domanda più utile non è “qual è l’etichetta?”, ma “in quale situazione il bambino incontra l’ostacolo e quale risposta lo aiuta?”. Da qui possono uscire piccoli adattamenti verificabili: anticipare un cambio di attività, ridurre una consegna, mostrare i passaggi, affiancare il bambino all’inizio del gioco o osservare la reazione dopo una modifica.

La famiglia può chiedere quali episodi la scuola ha registrato, in quali attività il bambino partecipa meglio e quando verrà ripreso il confronto. Se emergono informazioni sanitarie o familiari delicate, vanno condivise con gli interlocutori competenti e nel canale previsto dall’istituto, non in una chat generale della sezione.

Una difficoltà che continua nel tempo può richiedere il coinvolgimento di altri professionisti. La scuola può spiegare alla famiglia quali passaggi sono di sua competenza e quali richiedono una valutazione esterna. Questa distinzione evita di presentare una segnalazione didattica come un referto.

BES, certificazione e PDP restano piani diversi

Il MIM descrive i BES come una condizione educativa che può riguardare ogni alunno per un periodo o con continuità. Una certificazione sanitaria segue invece un percorso clinico e non nasce dalla sola osservazione dell’insegnante. Il Decreto legislativo 13 aprile 2017, n. 66 riguarda il quadro dell’inclusione degli alunni con disabilità; non autorizza a ricavare automaticamente una diagnosi da una difficoltà osservata in sezione.

Lo stesso vale per il PDP: non ogni comportamento insolito produce automaticamente un documento. Il riferimento va cercato nella situazione concreta, negli elementi raccolti e nelle decisioni dell’équipe scolastica secondo le regole applicabili. L’articolo su BES e PDP senza certificazione tratta un contesto scolastico diverso, ma aiuta a non confondere bisogno osservato, certificazione e misura didattica.

Il colloquio può chiudersi con una domanda semplice: quale comportamento osserviamo ancora, quale adattamento proviamo e quando torniamo a parlarne? La risposta tiene insieme il rispetto dei tempi del bambino e la necessità di non lasciare una difficoltà senza interlocutore.

Luigina Mortari è pedagogista e professoressa universitaria italiana, nata nel 1956. Su Scuole Cantu 2 il suo profilo editoriale raccoglie contenuti dedicati a pedagogia, vita scolastica, orientamento, inclusione e rapporto scuola-famiglia, con attenzione alle esigenze di studenti, genitori e insegnanti.

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