Ogni giugno, tra l’ultimo giorno di scuola e il primo tuffo al mare, nelle case italiane parte lo stesso rituale: aprire il diario, contare le pagine, e chiedersi se i compiti delle vacanze sono obbligatori oppure no. È una domanda che mette in tensione genitori, studenti e insegnanti, e che quasi sempre arriva nel momento sbagliato, quando l’anno scolastico è già chiuso e i docenti non sono più raggiungibili. La risposta, come spesso accade a scuola, non sta in un sì o in un no: sta nel capire cosa prevede davvero l’autonomia scolastica e come si può parlarne senza trasformare l’estate in un conflitto.
La regola che molti genitori non conoscono
Non esiste una legge nazionale che renda i compiti delle vacanze obbligatori. La decisione spetta a ogni istituto, nel quadro dell’autonomia scolastica prevista dal DPR 275/1999. In pratica, ogni scuola può decidere se, quanto e come assegnare il lavoro estivo, e i docenti lo inseriscono nella loro programmazione didattica. Per questo la domanda «i compiti delle vacanze sono obbligatori?» non ha una risposta unica: dipende da ciò che il consiglio di classe ha deliberato e da ciò che è stato comunicato alle famiglie all’inizio dell’anno o durante l’ultimo scrutinio.
Detto in modo più concreto: se un insegnante assegna esercizi o letture come parte del percorso didattico, e queste attività sono state deliberate dal consiglio di classe, lo studente è tenuto a svolgerle. Non si tratta di un capriccio del docente, ma di un’estensione del lavoro scolastico che ha una logica didattica: evitare la perdita di competenze durante la pausa lunga e preparare il rientro in modo graduale.
Questo non significa che ogni compito vada eseguito alla lettera, senza margine di buon senso. Molti docenti distinguono tra attività obbligatorie (esercizi mirati, letture assegnate) e attività consigliate o facoltative (letture libere, approfondimenti, esercizi extra). Il problema nasce quando questa distinzione non è chiara, o quando il carico complessivo, sommando tutte le materie, diventa ingestibile.
Quando ha senso parlare con la scuola
Il dialogo con i docenti è lo strumento più utile e anche il meno usato. Molte famiglie vivono i compiti estivi come una guerra silenziosa: da un lato i ragazzi che procrastinano, dall’altro i genitori che spingono, con agosto che si avvicina e il malumore che cresce. Parlare con la scuola prima che la situazione esploda è quasi sempre la mossa giusta.
Ci sono situazioni in cui è ragionevole chiedere un confronto: se il carico di lavoro è oggettivamente sproporzionato rispetto al tempo disponibile, se lo studente ha difficoltà certificate (DSA, BES) che richiedono adattamenti anche nel lavoro estivo, o se in famiglia ci sono circostanze particolari che rendono difficile seguire il programma previsto. In questi casi, una comunicazione rispettosa con il coordinatore di classe o con il singolo docente può portare a un accordo pratico: una riduzione concordata, una priorità tra le materie, o una scansione diversa delle consegne.
L’approccio giusto non è rivendicare un diritto, ma condividere una difficoltà reale. Dire «mio figlio non farà i compiti perché non ha voglia» è molto diverso da «abbiamo provato a organizzare il lavoro ma il volume è insostenibile, possiamo trovare insieme una soluzione?». I docenti sono più disponibili di quanto molti genitori pensino, a patto che il dialogo parta da un atteggiamento collaborativo e non rivendicativo.
Cosa fare quando il carico è davvero eccessivo
Prima di tutto, contare. Non a spanne: fare l’inventario reale delle pagine, degli esercizi, dei libri da leggere e del tempo disponibile, considerando anche i giorni di vacanza in cui è giusto staccare. Spesso la percezione del «troppo» nasce da un accumulo iniziale non gestito, più che da una mole effettivamente insostenibile.
Se il conto fatto bene conferma che il carico è eccessivo, il secondo passo è dare priorità: individuare le materie in cui lo studente ha più fragilità, quelle che avranno un peso maggiore al rientro, e concentrare lì lo sforzo. Questo non significa abbandonare il resto, ma concordare con i docenti un percorso ridotto senza sminuire il valore del lavoro estivo.
Infine, se il dialogo con la scuola non porta a un aggiustamento e la situazione resta insostenibile, le famiglie possono rivolgersi al dirigente scolastico e, nei casi più estremi, al garante regionale per l’infanzia o alle associazioni dei genitori. Ma sono eccezioni: nella stragrande maggioranza dei casi, i compiti delle vacanze smettono di essere un problema nel momento in cui smettono di essere un tabù. Si può dire «è troppo», lo si può dire senza paura, e lo si può dire con educazione.

