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Come interviene la scuola quando un messaggio ferisce un bambino?

Cyberbullismo alla primaria: come segnalare un episodio, proteggere il minore e capire quali passaggi spettano alla scuola.

Luigina Mortari
Smartphone capovolto su un banco di scuola primaria accanto a un foglio bianco e una matita

Un bambino mostra sul telefono un messaggio ricevuto dai compagni e chiede di non farne parola a scuola. In questo momento il cyberbullismo alla scuola primaria non va trattato come una semplice lite in chat: servono fatti verificabili, un adulto di riferimento e una richiesta consegnata al canale giusto.

La scuola deve poter capire chi è coinvolto, quale contenuto è circolato e se l’episodio continua. La famiglia, intanto, deve proteggere il minore senza trasformare la classe in un tribunale. Il percorso cambia in base ai fatti e alle procedure dell’istituto.

La segnalazione parte da fatti controllabili

Il Ministero dell’Istruzione e del Merito descrive il cyberbullismo come la diffusione tramite tecnologia di messaggi, immagini o video offensivi legati a un fenomeno di bullismo. Il Garante per la protezione dei dati personali include anche molestie, denigrazione, furto d’identità e trattamento illecito di dati ai danni di minori. Un messaggio offensivo può quindi richiedere attenzione anche quando viene presentato come uno scherzo.

Prima di parlare con la scuola, conviene conservare gli elementi che spiegano l’episodio: schermate con data e ora, nome del gruppo o dell’account, link al contenuto se ancora disponibile, frequenza dei messaggi e reazione del bambino. Non serve raccogliere materiale per umiliare un altro alunno. Serve permettere agli adulti di ricostruire i passaggi senza affidarsi a racconti contraddittori.

Non inoltrate immagini intime, insulti o video nel gruppo dei genitori per chiedere conferma. La chat può moltiplicare il contenuto e aggiungere dati personali. Per questa distinzione è utile anche il contributo del sito su messaggi e privacy nella chat dei genitori.

La scuola valuta l’episodio e coinvolge gli adulti giusti

La Legge 71/2017 assegna alle istituzioni scolastiche un ruolo di prevenzione e contrasto del cyberbullismo. La norma non stabilisce una risposta identica per ogni classe: la scuola deve esaminare il fatto concreto, il regolamento d’istituto e le persone da coinvolgere. Un singolo messaggio, una pubblicazione ripetuta e un contenuto già diffuso richiedono valutazioni diverse.

La prima comunicazione può arrivare al docente, al coordinatore, al dirigente o al referente indicato dall’istituto. La richiesta funziona meglio se contiene una cronologia breve, gli allegati indispensabili e una domanda precisa: chi prende in carico la segnalazione, quale colloquio viene fissato e come la scuola protegge il bambino durante la verifica dei fatti. Il coordinatore può raccogliere informazioni e collegare i docenti, ma non decide da solo sanzioni o responsabilità; per questo il ruolo del coordinatore di classe va distinto da quello del dirigente e degli organi competenti.

Il colloquio non dovrebbe svolgersi davanti alla classe. Chiedere al bambino di raccontare l’episodio in pubblico può esporlo di nuovo e confondere la ricostruzione. Gli adulti ascoltano separatamente le persone coinvolte, verificano il materiale disponibile e comunicano alla famiglia i passaggi compatibili con la privacy degli alunni.

Quando il contenuto resta online, la tutela segue un altro canale

Se una foto, un video o un messaggio resta pubblicato, la famiglia può chiedere la rimozione al titolare del trattamento, al gestore del sito o al social network. Il Garante Privacy indica questo passaggio nella sua pagina dedicata al cyberbullismo. La scuola può lavorare sull’episodio educativo e disciplinare, mentre la richiesta di cancellazione segue il soggetto che controlla la piattaforma.

In una segnalazione scritta è utile separare quattro elementi:

  • il fatto osservato, con data, piattaforma e persone direttamente coinvolte;
  • il materiale conservato, senza ripubblicarlo nei gruppi;
  • l’effetto sul bambino, descritto con comportamenti o episodi concreti;
  • la richiesta rivolta alla scuola: colloquio riservato, presa in carico, misura di protezione o indicazione del referente.

Le attività preventive sul bullismo hanno uno scopo diverso dalla gestione di un caso segnalato. Un laboratorio può aiutare la classe a riconoscere esclusione, pressione del gruppo e condivisione di un video; quando emerge un episodio reale, la discussione collettiva si interrompe e la scuola passa all’ascolto riservato. Il sito ha già trattato questo confine nelle attività sul bullismo in classe.

La domanda da portare al primo contatto è semplice: quali fatti avete ricevuto, chi li esamina e quale protezione viene garantita al bambino mentre la scuola ricostruisce l’accaduto? La risposta deve riferirsi al caso concreto, non a una procedura inventata uguale per ogni istituto.

Fonti ufficiali: Ministero dell’Istruzione e del Merito, Bullismo e cyberbullismo; Legge 29 maggio 2017, n. 71 su Normattiva.

Luigina Mortari è pedagogista e professoressa universitaria italiana, nata nel 1956. Su Scuole Cantu 2 il suo profilo editoriale raccoglie contenuti dedicati a pedagogia, vita scolastica, orientamento, inclusione e rapporto scuola-famiglia, con attenzione alle esigenze di studenti, genitori e insegnanti.

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