Giovanni Ceschi svela “Facciamo scuola? Un viaggio approfondito nel sistema educativo dall’Italia al Trentino
Tre campanelle, corridoio semivuoto, un professore di greco si ferma davanti alla classe. Sul banco ha “Facciamo scuola?” e un mazzo di gessetti colorati! Il suo autore, Giovanni Ceschi, scuote l’aria con una domanda che non concede tregua.
Il saggio radiografa il sistema educativo dall’Italia al Trentino con la precisione di un filologo; eppure brucia, coinvolge, fa alzare la mano anche al più timido. Perché parla di quotidianità, di aule reali, di quell’“eutopia” che sembra scomparsa sotto registri elettronici e burocrazia! Tre indizi bastano: curiosità, riforma, speranza.
Chi sfoglia il volume compie un viaggio educativo dove la geografia conta meno della relazione. Ceschi invita a riconsegnare alla scuola il suo volto umano, smascherando l’illusione di un sapere “spendibile” come una prepagata. E chiude con un appello: ripartire dall’impegno, dalla creatività, dalla gioia di apprendimento.
Perché “Facciamo scuola?” irrompe nel dibattito sulla riforma scolastica
Il titolo è già un colpo di gong: domanda ed esortazione in un’unica sillaba di dubbio. Ceschi denuncia la metamorfosi aziendalistica che ha ridotto studenti e famiglie a “clienti”, docenti a impiegati allo sportello. Il paradosso? Più moduli da compilare, meno tempo per coltivare una mente inquieta.
Dal 2000 al 2025 i report OCSE raccontano la stessa stonatura: l’indice di lettura dei quindicenni italiani cala mentre le ore dedicate alla valutazione burocratica esplodono del 37 %. Il libro insiste: stiamo inseguendo grafici invece di seminare idee! Così la “cultura spendibile” diventa merce a breve scadenza.
L’autorevole ironia di Giovanni Ceschi: dal declino alla scintilla
Ceschi non si limita alla critica: alterna stoccate sarcastiche a pagine di entusiasmo contagioso. Racconta di una quinta liceo che, spinta da un compito sul mito di Antigone, firma un manifesto per la libertà di parola nella scuola! E mostra come la filologia possa ancora incendiare l’immaginazione quando l’insegnante crede in ciò che pronuncia.
Tra un aneddoto e l’altro, l’autore scomoda Sofocle per spiegare ai manager dell’istruzione che ogni algoritmo vale meno di un dialogo vis-à-vis. Il suo lessico è colto ma mai professorale; inserisce termini come “aretè” o “metamorfosi” e subito li traduce in esempi di palestra, laboratorio, assemblea. Chi legge sente il gesso scricchiolare sulla lavagna, non l’eco di una conferenza.
Autonomia trentina: occasione mancata o leva di rinascita?
Il capitolo dedicato al Trentino affonda nelle pieghe dell’autonomia scolastica. Nata per sperimentare, si è irrigidita in un apparato spesso più autoritario del ministero centrale, sostiene Ceschi. Verbali infiniti, vincoli di budget, dirigenti trasformati in capi-reparto: così viene soffocato ogni slancio collegiale.
Eppure il territorio custodisce semenzai di innovazione: classi multilingui, orti didattici in quota, teatro classico tra i vigneti. L’autore cita la rassegna “Libri all’orizzonte 2026”, dove studenti hanno recitato versi latini sotto le stelle di Lavis, dimostrando che l’autonomia può tornare laboratorio se alimentata da coraggio pedagogico.
Dall’aula al futuro: cinque vocazioni per rifare la scuola
Alla fine del percorso, l’opera distilla cinque verbi: cercare verità, allenare la fatica, coltivare speranza, osare creatività, custodire relazione. Non slogan, ma architravi: basti pensare al liceo Prati, dove un’ora settimanale di “silenzio attivo” ha ridotto del 18 % gli episodi di cyberbullismo in dodici mesi. Il silenzio come tecnologia raffinata, chi l’avrebbe detto?
Ceschi chiama questa prospettiva “eutopia”, terra buona qui ed ora. Non promette miracoli, piuttosto una rotta: insegnanti meno impauriti, studenti protagonisti, famiglie complici leali. Domanda finale, secca: siamo pronti a rialzare quei gessetti caduti ai piedi della cattedra? Chi ha letto il libro sa già la risposta… e forse ha ripreso a scrivere sul muro del tempo!
Source: www.comune.rivadelgarda.tn.it







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