Il Ritorno del Servizio Militare in Italia e in Europa: Analisi di Serena Tusini dall’Osservatorio Contro la Militarizzazione
Allarme nei palazzi istituzionali, mormorii nei corridoi scolastici, sconcerto tra i genitori! Il ritorno del servizio militare campeggia di nuovo nell’agenda politica di Italia ed Europa. Perché questa corsa alla caserma merita attenzione immediata?
Servizio militare: perché il dibattito è riesploso nel 2026
L’invasione russa dell’Ucraina ha riattizzato antichi timori, spingendo vari governi a invocare nuove politiche militari. In Germania un sondaggio IFOP rivela che un giovane su tre teme arruolamenti coatti; in Francia si discute di un modello ibrido di sei mesi. A Roma il ministro Crosetto annuncia un disegno di legge che, a suo dire, rafforzerà la difesa nazionale senza gravare sul bilancio.
Il tema diventa carburante elettorale. Partiti identitari esaltano la “disciplina” di caserma, mentre associazioni pacifiste ricordano le scarse ricadute occupazionali dei precedenti obblighi di leva. Intanto, le spese per armamenti europei toccano il 2,3 % del PIL con crescente dissonanza tra retorica di pace e investimenti bellici.
L’analisi di Serena Tusini: scuola sotto assedio
Dall’Osservatorio contro la militarizzazione, la docente-attivista Serena Tusini smonta gli slogan in tre passaggi sorprendenti. Primo: esiste già un network di protocolli tra Ministero dell’Istruzione ed Esercito che porta ufficiali NATO a insegnare inglese nei licei—altro che emergenza reclutamento. Secondo: i Percorsi per le Competenze Trasversali (PCTO) includono visite in caserma con badge ricordo e selfie sui carri armati, più marketing che formazione. Terzo: la retorica della “nazione in pericolo” crea un clima di ansia, fertile terreno per derive xenofobe.
La professoressa richiama l’articolo 11 della Costituzione italiana—ripudia la guerra—e invita docenti e famiglie a chiedere spazi di dialogo laico, non parate di elmetti. Le sue parole riecheggiano nei collettivi studenteschi che, dal Politecnico di Torino alla Sapienza, organizzano assemblee lampo per discutere di obiezione di coscienza.
Nel suo ultimo webinar, Tusini racconta l’aneddoto di una quinta liceo che, dopo un workshop con i bersaglieri, ha chiesto un contro-incontro con Medici Senza Frontiere: “Prof, vogliamo capire entrambe le divise!”. Una curiosità sana che smaschera la narrazione monocorde.
Scuole e atenei: laboratorio silenzioso di consenso armato
La penetrazione militare non si limita ai corridoi scolastici. Università di Firenze, Padova e Leuven stipulano accordi di ricerca dual-use—drone oggi, applicazione civile forse domani. Il lessico cambia: laboratorio “di frontiera”, progetto “difesa 6G”. Così, l’aula magna diventa showroom di droni tattici.
Si materializza una normalizzazione sottile. Open day con stand interforze offrono gadget mimetici; retorica sportiva (“spirito di gruppo!”) maschera gerarchia rigida. Risultato? Le matricole trascorrono più tempo con i recruiters che con i bibliotecari.
Che fine fa la libertà accademica? Il fisico sloveno Andrej K. ricorda che durante la Guerra Fredda il MIT rifiutò fondi bellici per non tradire la propria missione. Oggi, alcuni atenei sembrano dimenticare quella lezione, attratti da budget stellari e brevetti promettenti.
Alternative civili: dall’agorà scolastica alla tutela ambientale
Un contro-progetto esiste già. Reti di volontariato propongono un “servizio civile climatico” di nove mesi: riforestazione appenninica, manutenzione di argini, tutoraggio digitale per anziani. Costerebbe la metà di un addestramento basico e fornirebbe competenze green, utili nel mercato del lavoro.
L’idea piace ai sindaci dei borghi colpiti da dissesto idrogeologico, che vedono in questi giovani operai-della-natura un esercito pacifico. In Finlandia, ove la leva rimane obbligatoria, il 18 % degli arruolati chiede di convertire i mesi in programmi sociali: segno che la generazione Z non rifiuta l’impegno, bensì la logica dello scontro.
La sfida lanciata dagli studenti italiani è chiara: “Dateci strumenti, non fucili”. Rimane la domanda cruciale: le istituzioni ascolteranno o alzeranno ancora il volume dei tamburi?
Source: osservatorionomilscuola.com







Comments
Leave a comment